Lumascuro, il prete della città dei ragazzi

Maria Rossi

Lumascuro, il prete della città dei ragazzi

Edizioni Centro di iniziative culturali -2016

Menzione di merito alla XXXII edizione del "Premio Città di Cava de’ Tirreni " anno 2016

Descrizione

Il romanzo racconta la storia di Don Enrico Smaldone, prete simbolo di Angri, nato nel 1914 e morto a soli 53 anni, il sacerdote per il quale il vescovo della diocesi di Nocera-Sarno, monsignor Giudice, ha avviato la causa di beatificazione. Nel 1949 don Enrico Smaldone fondò ad Angri la “Città dei ragazzi”, una struttura che negli anni, ha ospitato molti giovani in difficoltà sia economica che sociale. Uno strano prete. Di quelli che portavano la tonaca lunga nelle feste comandate e una tuta da muratore nei giorni feriali. Uno che seminò miracoli ma li nascose accuratamente: costruì una “Città dei ragazzi” per restituire dignità ai giovani del dopoguerra. Uno che fece di tutto per non farsi ricordare, per restare anonimo e sconosciuto.

L'autrice

Lumascuro, il prete della città dei ragazziMaria Rossi è nata a Sant’Egidio del Monte Albino (SA) il 14.8.1960 e vive ad Angri.
É appassionata di parole, da sempre, tanto da produrne a migliaia, accoppiandole, dividendole, mescolandole tra loro, come ingredienti di una modesta ricetta il cui sapore doveva essere, innanzi tutto, gradito a lei. E solo allora, osava offrire il suo prodotto agli altri, i lettori, i quali benignamente hanno letto e apprezzato. Oggi, quelle parole risiedono in quattro romanzi editi dal Centro iniziative Culturali di Angri: Quando si alza il vento di terra; Come il pane nero; Melella; Lumascuro, il prete della città dei ragazzi; un romanzo breve edito da Albatros : Marta, il tempo di un libro e tre raccolte di racconti di editori vari, (Sotto gli occhi della Certosa; I ciclamini di montagna; Il corteo dei gerani).
Molti sono stati i “primi posto” conseguiti in vari premi letterari nazionali.
Come vincitrice del premio “Il racconto nel cassetto” Villaricca (NA) ha pubblicato le favole “Rosario, il principe bulletto” e “La favola di Punjab” entrambe per Edizioni Centoautori.
Lavora all’IIS Don Lorenzo Milani di Gragnano in qualità di assistente amministrativo. Titolo di studio: Diploma di Ragioniere e Perito commerciale, conseguito per grazia ricevuta, considerato che dopo la quinta elementare (sì, quinta elementare…) la madre la costrinse a casa…“all’opre femminili intenta”.
E questa, purtroppo, non è una trovata editoriale. Ma tant’è.
E, se può servire, i suoi romanzi, anche se distribuiti localmente (tra le sole province di Napoli e Salerno) raggiungono sempre le 1000 copie vendute. O giù di lì.

Leggi il primo capitolo

La sala del cinema Roma si stava sfollando un poco alla volta e il rumore dei sedili sbatacchianti copriva il vocìo della gente che, lentamente, lasciava il proprio posto.
Don Enrico era l’ultimo della fila e pareva non avesse fretta di uscire. Intanto, i suoi esploratori, in divisa, in fila indiana e col guidone sulle spalle, erano già usciti e lo precedevano sulla via del ritorno verso la loro sede, in piazza Trivio.
Federico, parte del gruppo, osservava il suo amico prete stranamente silenzioso. Di solito, infatti, dopo la proiezione di un film era sempre il primo ad esprimere le sue emozioni. E anche in modo piuttosto acceso se ne rilevava aspetti sconci o poco edificanti.
Invece, stavolta, taceva.
Fu Federico a rompere il suo silenzio.
«Certo che questi americani sono proprio bravi! Hai visto con che passione interpretava il suo ruolo Spencer Tracy?».
«Sì… sì…».
«È proprio un bel film. Ne è valsa la pena venirlo a vedere!
Credo che scriverò un trafiletto per il giornale».
«Sì… sì…».
«Eppoi la trama, una cosa fatta bene, non come quei cosi strappalacrime di Amedeo Nazzari che mi fanno venire certi nervi!».
«Sì… sì…».
«Don Enri’, ma me stisse sfuttenno?!»
«Eh?» don Enrico sembrava si svegliasse solo in quel momento dai suoi pensieri. E Federico, sorridendo:
«Ma tu non mi hai proprio sentito?!».
«Abbi pazienza Federi’, ma io stavo pensando al film».
«E perché, io no?!».
«Tu pensavi all’attore, io pensavo alla storia. Federi’, ma tu hai visto che si è fidato di fare quell’uomo?».
«Chi?».
«Come chi?! Padre Flanaghan!».
«Vuoi dire la Città dei ragazzi?».
«Proprio cosi!».
«Sì, però…niente di eccezionale se tieni conto che stiamo parlando pure di un paese come l’America!».
«E che significa? La fame e la miseria degli americani sono diverse da quelle italiane?».
«No, però… Altra civiltà, altra mentalità! D’altra parte hai visto pure tu nel film, con che spirito sociale lui riceveva gli aiuti!».
«Federico, guarda, tu sei tanto intelligente, io ti stimo tanto, ma certe volte fai proprio la figura di un fesso!».
«Ma perché?! Che vuoi dire?».
«Tu, di tutto il film ne ricavi solo che Padre Flanaghan è riuscito a costruire la sua Città solo grazie alla mentalità dello spirito sociale degli americani?».
«Eh! Ma pecché?».
«Ma famme ‘o piacere, Federi’!».
«E allora spiegami tu, invece, che hai visto!».
«La Divina Provvidenza, caro Federico! Dietro tutta quell’opera grandiosa io ci ho visto Gesù Cristo che non ti fa mancare mai il suo aiuto se ti metti in cammino. Tu cominci e Lui, puoi stare sicuro che ti viene dietro e smuove mari e monti e ti apre tutte le porte per amore del prossimo».
«Sì, sicuramente sarà pure come dici tu. Ma io credo che ci deve essere sempre un terreno fertile nella gente che ci circonda, e, nel film, il luogo, e cioè l’America, come risorse economiche, dico, non ci vede proprio a noi italiani!».
«Non c’è niente da fare, tu dovevi fare il politico. Tu parli come se stessi facendo un comizio elettorale e io che mi spremo per farti capire quello che provo!».
«Ah, perché voi preti quando vi mettete dal pulpito con le vostre prediche non fate la stessa cosa?».
Don Enrico abbassò la guardia e ammise:
«Hai ragione, a volte esageriamo».
Quelle ammissioni spiazzavano sempre Federico che tentava di rimediare.
«E va buo’, non fare quella faccia! Lo so benissimo che tu sei l’unico prete che non sale mai sul pulpito per fare prediche. Tu, le cose che gli altri predicano soltanto, le fai e basta. Ed è per questo che la gente ti vuole bene».
Lo sguardo di don Enrico si rifece di nuovo vivo e acceso.
«Ma è proprio questa la cosa più importante: l’affetto della gente. E se perfino tu mi dici che la gente mi vuole bene, perché non dovrei sognare?».
«Don Enri’, ma tu che sogno ti stai facendo?».
«E mò non te lo posso dire ancora. Ma se sono rose fioriranno e buona parte delle spine saranno anche tue, contaci!».
Federico sorrise, spiazzando a sua volta il giovane prete.
«Allora ti devi sbrigare, perché può darsi che non mi trovi quando arrivi con le spine…».
«Che vuoi dire?».
«Ancora non è nulla di certo ma… Sto pensando di andarmene, di partire».
«Partire? E per dove?».
La delusione lusingò Federico che rispose ridendo:
«Vado a trovare a padre Flanaghan!».
«Come sarebbe?».
«Don Enri’, forse me ne vado in America. Il direttore del Risorgimento mi ha proposto di fare il corrispondente dall’estero per il giornale… E io ci sto pensando».

I due uomini si erano fermati e si stavano guardando senza parlare. Poi, don Enrico posò una mano sul braccio dell’amico e lo salutò:
«Che la Madonna ti accompagni! Ma fammi sapere che fine fai, perché se ho bisogno di te, pure in America ti vengo a cercare!».
«E io, pure dall’altro capo del mondo farò il possibile per levarti qualche spina dalle rose che farai fiorire!».
«Statte buono, Federi’!».
«Statemi bene, don Enri’!».
Gli scout avevano raggiunto già da un pezzo il loro villaggio, adiacente alla chiesa di Santa Caterina, la sede parrocchiale di don Enrico e sciamavano per la piazza in attesa che il loro capo li raggiungesse e concludesse l’uscita con il Cerchio e la preghiera a San Giorgio. E non appena il gruppo fu al completo, cominciarono:
«Glorioso martire San Giorgio, proteggi tutti gli scout che ti riconoscono loro patrono. Aiutaci a vivere l’avventura della nostra adolescenza, fedeli al dono del battesimo…»
In cerchio, a capo chino, gli esploratori pregavano il loro protettore. Don Enrico aveva la mente altrove. Il suo sguardo era rivolto a quello che era stato subito battezzato, dai suoi stessi abitanti, il villaggio scout con le casette di legno, l’alzabandiera, il campetto di calcio. Una cosa imponente se si considerava da dove erano partiti! Mai come in quel momento a don Enrico piacque




ricordare con quanta facilità era stato costruito quel villaggio, nonostante le magre finanze. E la gioia che aveva provato quando lo aveva finalmente visto abitato dai suoi esploratori, gli scout del gruppo Angri 1.
Estote parati! Gridava il giornale ASCI e lui lo era stato pronto, anzi prontissimo, dopo la guerra, a chiamare a raccolta i suoi vecchi compagni di giochi e di scuola, ormai adulti, e a intimargli di mettersi in moto per ricostituire il gruppo scout Angri 1, sciolto dal fascismo.
E ce l’avevano fatta.
Alzò lo sguardo al campanile, lo riabbassò sui tetti, lo allungò verso uno dei cortili dove c’era la sua casa e ripercorse, con uno strano brivido, tutta la sua vita come forse accade solo a chi sta per morire. O a chi sta per cambiare per sempre il corso della propria vita.
In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra
non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto…

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